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“Che palle ‘sti pinfloi !”

Già col titolo mi sono bruciato metà dei lettori.

Non so se la metà iconoclasta, che di Pink Floyd non ne vuol (più) sentir parlare, o la metà dedita all’idolatria, che non parlerebbe d’altro.

O forse tutte e due le metà…

Già col titolo mi sono bruciato metà dei lettori.

Non so se la metà iconoclasta, che di Pink Floyd non ne vuol (più) sentir parlare, o la metà dedita all’idolatria, che non parlerebbe d’altro.

O forse tutte e due le metà…

Vabbé, per quei 2 che sono rimasti, spero di riuscire a tirare fuori qualcosa che non sia un deja vu.
Almeno questo è l’obiettivo.

Diciamolo subito: i Pink Floyd, band iconica per una moltitudine di musicofili -appassionati di Hi-Fi e non- di più generazioni, sono sicuramente tra i musicisti più sovraesposti nelle collezioni e nelle playlist.
Tale sovraesposizione comporta inesorabilmente il rigetto da parte di quella minoranza un po’ snob, magari solo per il gusto di essere bastian-contraria, controcorrente.
Insomma, come i terrapiattisti, i no-vax, i complottisti, e compagnia bella.

Però! Per tanto clamore e tanti fan, di certo ci sarà pure qualche ragione…

Ma qui non mi interessa disquisirne.

Mi interessa invece mettere a fuoco qualcosa che riguarda i loro movimentati esordi, la fase di minor successo commerciale e con estimatori meno numerosi ma miniera di ispirazioni per commenti, discussioni, litigi.

Una dialettica sia di critica strettamente musicale sia testimone degli eventi culturali e di costume che hanno segnato l’irripetibile effervescenza della fine degli anni ’60 e che, per la prima volta, vedevano protagonista la generazione degli adolescenti (che a quel tempo erano un po’ più cresciutelli degli attuali).

Un esercito antimilitarista e un po’ viziato, cresciuto -e spesso nato- dopo la guerra più rovinosa, in un mondo lanciato al galoppo da una turboeconomia drogata dai finanziamenti per la ricostruzione post-bellica, in cui cibo, abbigliamento e altri generi di prima necessità erano problemi dimenticati, rapidamente sostituiti dall’ansia di procurarsi automobili, televisori, vacanze, istruzione, divertimento.

Londra aveva scavalcato Parigi nel divenire la capitale-laboratorio delle mode culturali europee. Il tradizionale grigiore della città era stato cancellato dalla rumorosa colonna sonora, animata dall’antagonismo musicale tra Beatles e Rolling Stones. Le 2 band erano solo la punta dell’iceberg di una miriade di gruppi musicali beat che stavano vivendo ed esportando una trasformazione radicale: dalla swinging London, in geometrico stile optical, spesso in bianco e nero, all’esplosione psichedelica dei colori impuri e impastati applicati a disegni contorti, di ispirazione floreale o kashmir, deformati soprattutto dalle troppe notti insonni e da qualche abuso “ricreativo” di troppo.

Tornando ai nostri, divennero quasi casualmente protagonisti di quella rivoluzione in corso. Appena arrivati dalla tranquilla Cambridge nella capitale, per iniziare gli studi universitari, in legittima ricerca di visibilità e successo da pop star, colsero volentieri l’opportunità di sponsorizzazione offerta dal movimento radical che gravitava intorno alla rivista International Times (IT), guidata dall’attivista John Hopkins.

Nel ruolo di musicisti ufficiali dell’underground, si spalancarono loro le porte dell’UFO club, a pochi passi dall’università, fondato e gestito da quel Joe Boyd che divenne il loro primo produttore. Erano ingaggi nei notturni concerti-evento, per la raccolta di fondi per il “movimento”, in cui -diciamolo- l’alchimia multisensoriale tra le loro dissonanze e il light show costituiva un perfetto fenomeno da baraccone. Attirava pochi giovani in piena tempesta ormonale ma anche una variopinta piccola folla di tipi stravaganti, tra cui gli ancora sconosciuti David Bowie e Peter Gabriel, e in cui capitava d’incontrare VIP del calibro dei 4 Beatles, l’artista concettuale Yoko Ono (ancora non legata a John Lennon), Marianne Faithful, Mick Jagger…

Ma in questa sede non mi interessa affatto fare biografia o storiografia ad usum delphini. Oggi basta inserire il nome magico nella ricerca di YouTube per scoprire una cornucopia di documentari contenenti filmati d’epoca e interviste in memoria, rilasciate anche dal custode della scuola elementare di ognuno dei componenti del gruppo. La faraonica mostra museale itinerante Their Mortal Remains continua a portare in giro per il mondo, come reliquie, una eterogenea oggettistica pinkfloydiana, in cui spiccano per interesse i vari aggeggi elettronici con cui venivano creati suoni nuovi manipolando quelli vecchi. Poi non si contano i libri pubblicati in merito, spesso copie di sé stessi e difficilmente distinguibili da becere operazioni di opportunistico merchandising.

Un riferimento, se non altro per gradevolezza di lettura, è l’autobiografia ponderosa e onnicomprensiva scritta dallo stesso batterista Nick Mason (Inside Out, fig. 1). Ma particolare interesse (stavo per scrivere accanimento) ha per oggetto la figura enigmatica (è un eufemismo…) del membro fondatore e ispiratore del gruppo, Roger Keith Barrett. Syd.

I filologi non possono trascurare la fanzine inglese Terrapin che risale ai tempi del ciclostile ed è recuperabile dal sito ufficiale dedicato a Syd http://www.sydbarrett.com/. Nella mia biblioteca possiedo anche una biografia scritta da 2 giornalisti inglesi ed edita in Italia da Arcana ([1] fig. 2), con una stampa pessima, e addirittura un vero e proprio fumetto che romanza l’abbondante aneddotica, disegnato e prodotto in Italia (Jugband Blues [2]) che però, coi suoi chiaroscuri in bianco-e-nero, rende fin troppo cupa la vicenda barrettiana.

Per gli amanti della parte più strettamente musicale considero un vero peccato che l’analisi meticolosa e puntuale che Carlo Pasceri riserva ai primi Pink Floyd ([3] fig. 3) non comprenda i lavori solisti di Barrett (che forse sono troppo poco per meritare un volume a parte).

Quindi il fascino emanato dall’artista è evidente dalla quantità di materiale che lo riguarda, quasi tutto successivo alla sua uscita dalle scene o addirittura postumo (Syd ci ha lasciato nel 2006) come lo sciapo fumettone italiano Wish You Were Here, del 2015.

Del resto, già negli anni del fulgore giovanile, il carisma del “diamante pazzo” brillava al punto da eclissare tutti i compagni e non si può negare che solo la defezione del primo chitarrista-leader-portavoce-compositore-autore, praticamente defenestrato dagli ex soci a causa della sopraggiunta inaffidabilità, abbia consentito la crescita -anzi la deflagrazione- del più anziano bassista e co-fondatore, Roger Waters.

E sì che il “brutto” del gruppo forse rimorchiava meno ma covava, più dei compagni, ambizioni da rockstar e velleità di scrittura impegnata, cantautorale. Pulsioni che avrebbero poi proiettato la nuova formazione a produrre opere grandiose, premiate da successi globali, ben sorrette dalle superiori capacità tecniche di Rick Wright e di David Gilmour (l’unico vero professionista della band).

Una produzione basata su lunghi brani strumentali e su testi spesso visionari e allegorici, quasi tutti scritti da Waters, che, smaltita la sbornia sessantottina -dalla maturità apicale di The Dark Side of The Moon in poi- diventano critici, densi di contenuti con notevole spessore sociale, umano, civile. Addirittura politico. In un crescendo di parole che -nelle ultime opere- sconfinano in una logorrea autoreferenziale che prevarica e sopprime la musica.

Infatti, secondo me, la parabola creativa del gruppo, quella passata alla storia, si conclude con The Wall. Il muro figurato viene abbattuto solo nel disco, mentre quello tra l’ego ipertrofico di Waters e il resto della band risulta inattaccabile e le cose più gradevoli e immediate delle opere seguenti sono per lo più minestre riscaldate, mentre quelle più complesse (non ho detto peggiori) sono corrosiva espressione di livore esistenziale, di psicodrammi irrisolti e di conflitti professionali e privati. Che non sono certo gli ingredienti ideali per scalare le classifiche…

Nella trilogia dei best seller multimilionari Dark side, Wish you, The Wall il gruppo è già più istituzione che sperimentazione e la dinamica evolutiva è essenzialmente interna, passando dalla coralità creativa delle prime 2 opere all’individualismo dell’ultima, che arriva dopo un lungo intervallo in cui il panorama musicale mondiale ha visto passare il punk, la disco music, la new wave, novità che hanno affossato un buon Animals, già corroso dai conflitti interni.

Tornando agli esordi, lo scopo di questo articolo-provocazione è capovolgere la scala dei valori attribuiti alle opere giovanili dei PF in relazione al contributo di Syd Barrett.

Anzitutto vorrei demolire tutta la strabordante iconografia e aneddotica psichedelica circolante su Syd, che ho accuratamente evitato di riportare. Ci hanno già pensato troppo i suoi vecchi amici: il fotografo delle rockstar Mike Rock, i coinquilini dei movimentati appartamenti londinesi e compagni degli eccessi giovanili. Evito quindi tutte le varie fotografie con gli occhi assenti, a mezz’asta, prima che diventassero “come i buchi neri nel cielo”. Evito tutti i racconti, ammiccanti e compiacenti, delle settimane intere passate in trip e del mandrax miscelato al gel per capelli. Tutte testimonianze vocate agli eccessi, che hanno passato alla storia un pessimo modello comportamentale, purtroppo emulato da molti giovani ancora privi della necessaria maturità.

Rispolverato dopo molti anni dagli stessi ex-soci, ma passato in sordina perché fa meno audience, è invece tutto il dramma della vera e propria malattia mentale di Syd. Più causa che conseguenza degli abusi di sostanze. La psichiatria del tempo era ancora impotente nel diagnosticare e trattare problemi e patologie che l’espressionismo bohemienne della cultura allora più alla moda celebrava quasi come valori positivi (il “Turn on, tune in, drop out” di Timothy Leary, solo per citare un addetto ai lavori psichiatrici).

In realtà sono convinto che per Syd l’abuso quotidiano di droghe psichedeliche indicasse l’impossibilità del contatto con la realtà, e non la fuga da essa (come frequente tra i giovani, ancora impreparati ad affrontarne una diventata così complessa). Manifestava l’appartenenza a una fantascientifica dimensione parallela, espressa in una sincera vena artistica, multidisciplinare (era l’unico del gruppo a studiare arte e non architettura e non dimentichiamo la sua attività da pittore), ingenua, le cui ambizioni di un qualche ritorno economico erano più subite che inseguite.

Nick Mason nella maturità ricorda: “Sì, Syd poteva essere disturbato, forse anche pazzo, ma forse eravamo noi a causare questo problema, inseguendo il nostro desiderio di successo e forzando Syd ad allinearsi alle nostre ambizioni. Forse era Syd a essere circondato da pazzi“.

Meglio tardi che mai!

Barrett, a parte le intuizioni delle lunghe suite dell’esordio, su cui i compagni hanno costruito uno stile caratterizzante, identitario, aveva probabilmente una visione musicale ben diversa e parimenti affascinante, forse più pura e duratura.

Senza nulla togliere ai successivi capolavori della band, The Piper contiene sì delle gemme, ma incastonate in montature molto legate alla moda del tempo, condizionata dagli echi liberatori provenienti dagli States. Ascoltarle oggi in stato di lucidità può piacere ancora ma io non riesco ad evitare di sentirmi un po’ archeologo.

Invece l’ascolto dei 2 album di Barrett solista (e di qualche sua opera ripescata in Opel), finalmente libero da quella ossessione di divenire rockstar che eccitava i vecchi amici, mi risulta sempre fresco, geniale, suadente, attuale, nel raccontare storielle spiritose o filastrocche gotiche, niente di che, ma struggenti del pathos involontario di chi documenta il proprio inesorabile cambiamento di destino, il liquefarsi della propria coscienza e della capacità di mantenere il contatto col mondo dei sani.

Lasciato il proprio posto all’amico Roger, Syd ha potuto esprimere quel brain damage che il gruppo non poteva concedergli, ha potuto guardare la faccia scura della luna, fino a farsi ancora desiderare di essere lì, con gli altri. Ma ormai era diventato piacevolmente anestetizzato e il muro intorno alla sua testa era troppo alto. E spesso.

Di Syd ci resta un’eredità umana, oltre che artistica, di prim’ordine.

Per carità. The Piper è, per me, il monumentale certificato di nascita della band, liberata dai cliché canzonettari beat, oltre ad aver rappresentato il mio imprinting d’ingresso nel mondo dell’hi-fi, come ho anche raccontato senza vergogna in altre di queste pagine.

Ma sono fruizioni diverse.

The Piper ti porta in ottovolante, dallo spazio siderale di Silver Surfer a quello multidimensionale del dr. Strange, in picchiata, attraverso nuvole fiammeggianti, atterrando in un campo d’orzo popolato di gnomi ubriaconi, di spaventapasseri malinconici e di diabolici gatti siamesi.
E poi ti svegli tutto sudato.

I lavori da solista, privi del campionario di suoni d’archivio ma ricchi di sperimentazioni artigianali coi nastri, sono più contemplativi e riesco ad ascoltarli anche per compagnia, senza farmene travolgere e senza avere l’impressione di partecipare ad un acid test.

In realtà The Piper mi sembra il risultato di una grande lucidità e di grandi ambizioni commerciali, in evidente competizione con Sgt.Pepper, appena scodellato ad Abbey Road, nello studio di registrazione a fianco, nel vortice del movimento radical: cultura underground ma sempre modaiola. Post-beat. Mainstream, diremmo oggi. E gratta-gratta una delle cause più difese dal movimento era, banalmente, quella della liberalizzazione dei cannabinoidi, se non delle droghe in generale.

Nei 2 lavori di Syd la confusione mentale è reale, non legata all’abuso di sostanze. La dissoluzione delle sinapsi è palpabile, brano dopo brano, fino a perdere l’intonazione e a dimenticare i propri testi scritti poco prima.

È l’autentica testimonianza non di alterazioni voluttuarie e ricreative, procurate con droghe da intellettuali di buona famiglia, ma della labilità dell’equilibrio e della capacità di mantenere il contatto con la realtà, contro le irreversibili forze centrifughe che, quando meno te lo aspetti, possono arrivare a separare i lobi cerebrali, aprendo crepe attraverso cui si disperdono nel nulla i pezzi di coscienza lì contenuti.

Per chiunque abbia avuto la sventura di confrontarsi con qualcosa che abbia a che fare con questo tipo di problemi, il coinvolgimento emotivo è tanto profondo quanto incomunicabile.

Sul piano più strettamente musicale i lavori solisti di Barrett non hanno nulla in comune con la forma di suite spaziali (Astromy Domine, Interstellar Overdrive di The Piper e, ancora di più, il successivo A Saucerful of Secrets) che verranno poi sviluppate da Waters come identità distintiva dei PF. Tantomeno vi si possono individuare avvisaglie degli ancor più dilatati concept-album sinfonici che faranno la fortuna del gruppo, e il cui merito creativo va riconosciuto alla band del dopo-Barrett.

In The Madcap Laughs si ritrova invece la vena compositiva più intima e naïve, spesso acustica, tra il blues e il folk, che in The Piper è protagonista solo in The Gnome, sussurrata, e in Jugband Blues di A Saucerful (ma non dimentichiamo che Jugband Blues era stato composto e suonato già prima della pubblicazione di The Piper e, messo in chiusura del 2° disco, come addio alla band, appare di impressionante preveggenza).
Manca quindi tutta quella collezione di suoni rumoristici strani, oggi diremmo “campionati”, presente negli archivi EMI e usati in The Piper a profusione, come avrebbero fatto dei bambini in un negozio di giocattoli.

Nel suo primo disco Barrett i suoni se li fa da sé, fissando bene la distinzione tra tecnica e arte. Barrett non era un virtuoso in senso velocistico ma si confrontò con Hendrix, di tour in Europa, nella ricerca creativa dei suoni, nell’uso poco ortodosso dello strumento e, soprattutto, nella sperimentazione di processori esterni ben diversi dai soliti “effetti”, come il wah-wah e il feedback. Roba da conquistarsi l’attenzione e il rispetto anche di pezzi da 90 del chitarrismo, come Jimmy Page, Pete Townshend e Frank Zappa.
I giovani musicisti attuali devono considerare che quello che oggi si può fare in digitale, premendo pochi tasti in un software, allora era realizzato con circuiti analogici rudimentali o, peggio ancora, tramite la manipolazione spericolata dei nastri multipista da ¼”, collegati in loop, riprodotti al contrario nel Revox e panpottati in ping-pong tra i canali.

Se Waters si limita a contribuire solo come produttore in alcuni brani, ad aiutare Syd nella sofferta realizzazione di The Madcap intervengono gli amici Gilmour e i migliori Soft Machine.

La voce, quasi sempre pacata, ci ipnotizza col suo accento di Cambridge, neutro, scolastico, che rende comprensibilissimi i testi, tanto che le canzoni potrebbero essere utilizzate nei corsi d’inglese. Pur non appartenendo ad un virtuoso dell’ugola e perdendo il controllo dell’intonazione (e non solo di quella) in più occasioni, la voce resta calda e morbida, anche nei brani graffianti, e la nasalità dell’inglese è percepibile solo nei passaggi parlati.

A pochi mesi di distanza da The Madcap, il successivo Barrett gode, ancor più del precedente, di un supporto che talvolta appare compassionevole, in cui Wright si unisce a un Gilmour polistrumentista (nei vari pezzi si cimenta al basso, all’organo e alla batteria), che racconterà lo stupore attonito, di fronte agli inediti interventi creativi sulla chitarra fatti in postproduzione da Syd, un principiante al suo confronto.

Ma lontano dagli standard rock del tempo e dal glamour cavalcato dagli ex-soci, ormai lanciati a scalare il successo istituzionale nell’intellighenzia post-sessantottina (sono già uscite o in lavorazione le colonne sonore per film giovanilisti, l’ambizioso Ummagumma, lo strasinfonico e colto Atom Hearth Mother), il successo della seconda prova è ancora inferiore a quello della prima. I 2 album furono riproposti qualche anno dopo, riuniti in doppio, solo per sfruttare commercialmente il boom di The Dark Side, quando Syd si era già ritirato dalle scene rifugiandosi a Cambridge, tra gli amorevoli affetti di famiglia. Del resto, l’appartenenza alla sua altra dimensione comportava progressiva solitudine prima, isolamento poi, fino a divenire una gabbia, una clausura autoinflitta, argentata (dorata non si può dire) dai diritti d’autore, correttamente garantiti dai vecchi soci, che le consentivano dignità.

L’antologico Opel, del 1988, contiene alcuni inediti e delle alternative track del materiale già pubblicato nei 2 album ufficiali. Non aggiunge granché, se non evidenziare l’opportunistico sfruttamento commerciale legato al personaggio e presentarne il cedimento in modo talmente morboso che i vecchi amici, ormai in trio e musicalmente guidati da Gilmour, censurarono un paio di brani, considerandoli oltraggiosi.

L’eredità musicale barrettiana, con e senza Pink Floyd, oltre a essere coltivata in un attivo gruppo facebook, è stata recentemente celebrata e rivitalizzata da Nick Mason che, a quasi 75 anni, ha avviato il progetto Saucerful of Secrets. Non so con quali energie, lo ha portato in tour mondiale con degli spettacoli-evento basati principalmente sul repertorio di Syd, fermato solo dalle restrizioni per la pandemia.

Ho perso le date italiane del 2019 ma, dai filmati consultati, mi sembra che Nick, tutto anziché vecchietto, abbia dimostrato come si possa mettere su un grande spettacolo, senza scenografie da kolossal, senza maiali volanti, senza aerei precipitanti, senza muri esplodenti. Uno spettacolo che, basato sull’interpretazione new-tech dei light show degli esordi, celebri le radici di un successo planetario, che onori i compagni che il destino ha costretto ad essere assenti, che rispetti con discrezione chi ha seguito altre strade.

Prima dei miliardi e del jet set pieno di Money, c’era un gruppo che sperimentava suoni che giocavano con la mente. Prima delle crude ossessioni per la follia e per la guerra, comprensibili per la storia personale di Waters ma forzate per i compagni, c’erano stati testi meno impegnati ma capaci, comunque, di scavare nell’animo solchi in cui insinuare nuovi suoni, inventati sfidando l’elettronica.

Questo ragazzo di 75 anni, un distinto sir appassionato di auto da corsa e d’epoca, ha dato la paga alla miriade di cover band, ufficiali e no, bravissime, spesso meritevoli nelle loro ricerche filologiche, ma ancorate ai successi consolidati, ai facili hit che però non possono essere coerenti, legati come sono a momenti così lontani e diversi della vita, degli autori e del loro pubblico.

Trovo di grandissimo valore e coraggio riproporre a un pubblico nuovo il ricordo della geniale meteora creativa di Syd Barrett, trasformista volteggiante tra spericolate manovre interstellari e scenari casalinghi, tra le tranquille campagne del Cambridgeshire e caotici e variopinti appartamenti londinesi, tra la follia urlata col feedback della stratocaster e la follia intima, accarezzata con una chitarra acustica un po’ scordata.

Non si può negare una componente di nostalgia, di tutti, esecutori e pubblico, per le energie incontrollate dell’adolescenza e dei vent’anni, per la fame di eccessi e di scoperte, per un mondo un po’ più semplice, ingenuo e curioso.

Forse l’unica cosa che mi è sembrata stonata nei video che ho consultato è la riduzione dello show ad un evento un po’ liturgico, sinfonico, col pubblico piuttosto ingessato nelle costose poltrone numerate e inibito dal liberare l’energia risvegliata nei corpi, di varie generazioni, entrati in risonanza con una musica che stimola una danza istintiva.

Mi accorgo qui che tutto quello di cui ho prolissamente scritto finora si riferisce a creazioni musicali, artistiche, vecchie di oltre 50 anni, e ne stiamo ancora disquisendo. Scusate se è poco!

Sopravvivere artisticamente per 50 anni non è da tutti i moderni. A parte l’evoluzione della musica afroamericana, che attraversa tutto il ‘900, la musica prodotta 50 anni prima degli anni ’60-70 nasceva già col timbro di “musica classica”.
I compositori più moderni e innovativi potevano essere Stravinskij e Ravel, completamente tagliati fuori dalla fruizione popolare, che fu appena intercettata da Gershwin.
Non a caso il pop è stato inventato solo negli anni ’50, col rock’n’roll e con l’affermarsi dell’industria discografica.

Bene, di tutta la sterminata produzione “progressive rock” tra ’60 e ‘70, le pur indiscutibili doti creative e tecniche di tanti talenti (per tutti, cito solo King Crimson, Genesis, EL&P, Yes) sono oggi pressoché sconosciute a chi non sia prossimo all’età pensionabile e, comunque, difficilmente entrano nelle playlist, anche degli amanti della naftalina.

Per carità, oltre i “pinfloi” ci sono tanti mondi da scoprire, ma come vogliamo considerare il fatto che le strambe invenzioni di Syd Barrett, ispirazione per i successivi lavori dei PF, abbiano attraversato la storia e le generazioni, mentre l’oblio ha avvolto quasi tutti quegli altri mostri sacri del prog?

Ci lasciamo con questo interrogativo:
non sono un critico musicale,
e neanche un sociologo.
E mi chiedo chi stia scrivendo queste parole.
And what exactly is a dream?
And what exactly is a joke?

Francesco Sorino


[1] Syd Barrett, Il diamante pazzo dei Pink Floyd – ed. Arcana – M.Watkinson, P.Anderson – ISBN 9788885859760

[2] Jugband Blues – di Matteo Regattin – ISBN 9788894818444

[3] Pink Floyd 1967-1972 Gli anni sperimentali – ISBN 9781539651093

Già col titolo mi sono bruciato metà dei lettori.

Non so se la metà iconoclasta, che di Pink Floyd non ne vuol (più) sentir parlare, o la metà dedita all’idolatria, che non parlerebbe d’altro.

O forse tutte e due le metà…