Il paese dei balocchi

editoriale di Pierfrancesco Fravolini

Numero 0 – Luglio 2021

Sono cresciuto in una famiglia che amava la musica.
Come tutte le ragazze di buona famiglia nate poco prima della Seconda guerra mondiale, mia madre e le altre numerose zie, suonavano almeno uno strumento musicale. Mia madre addirittura tre: il pianoforte, il violino e la fisarmonica.

Una zia appassionata di musica classica mi ha “iniziato” all’ascolto. Ad 8 anni ero già capace di canticchiare tutto il primo movimento della Sinfonia n. 5 di Beethoven, e buona parte della Nona. Ascoltavo musica in continuazione, dalla radio ai mangianastri, e talvolta sui bellissimi impianti stereo Grundig omnicomprensivi (giradischi, radio e a volte anche televisione) di mio nonno.
Io stesso avevo un mangiadischi che portavo sempre con me. Poi un registratore a cassette, con cui mi divertivo a registrare le cose più disparate.

Ero in vacanza al mare quando realizzai il mio primo “esperimento” di autocostruzione audio: avevo una radio portatile “a transistor” ed una cuffia in dotazione ad un corso di lingue con audiocassette. Completamente a digiuno di elettronica, riuscii, non ricordo come, a cambiare il jack della cuffia per farlo entrare nella presa della radio. E subito capì che con la cuffia l’ascolto della musica era decisamente migliore.
L’anno dopo già leggevo “Suono” e poco dopo collegai alla stessa radio il mio primo altoparlante autocostruito, con il mobile realizzato in compensato da 3 mm e un altoparlante preso da un televisore che giaceva smontato nel sottoscala della casa al mare. Poco dopo alla stessa cassa collegai un tweeter Philips a cono, ed il suono migliorò ancora, e questa volta drammaticamente. Dopo qualche mese, davanti al tweeter montai una lente acustica che avevo realizzato in cartone seguendo un progetto pubblicato su Suono, e mi resi conto, girando la cassa a destra e sinistra, che la lente acustica aumentava davvero la dispersione del tweeter. L’ultimo tocco fu applicare sul frontale del mobile un foglio di plastica adesiva color carta da zucchero. Avevo realizzato le mie prime e uniche simil-JBL home-made.

Poi l’università, ingegneria elettronica. Ed un amico, Massimo, che andava matto per l’informatica, e che prendevo in giro dicendogli che, sì, era interessante ma serviva a poco. Programmare era piacevole ed interessante davvero, ma non riuscivo ancora a capire a cosa servissero tutte quelle righe di codice (in Fortran, stampato sulle schede perforate) per calcolare i numeri primi o ordinare una serie di numeri in ordine crescente.
Poi uscirono prima il Commodore 64 (a proposito, il mio amico era un patito di Sinclair) e poi il PC IBM e lì cambiò tutto. È con il Commodore 64 che rielaborai e modificai il Bass64 di Renato Giussani, che mi permetteva di progettare i sistemi di altoparlanti non più “a caso” ma a partire de basi scientifiche, ed è con il PC IBM che lo riscrissi prima per DOS e poi per Windows.
Questi due piccoli computer mi permisero di unire il mio amore sviscerato per la musica, l’elettronica e l’alta fedeltà con l’informatica. E mi permisero soprattutto di conoscere Renato Giussani e diversi tra i personaggi che trovate ora su questa rivista, come Bebo Moroni e Francesco Sorino.

Renato, che considero “il mio maestro”, mi ha permesso di conoscere a fondo l’importante branca dell’elettroacustica che sono i sistemi di altoparlanti e mi ha fatto capire quanto sia altrettanto importante condividere con gli altri le conoscenze che si sono acquisite. Condividendole si mediante articoli tecnici che spieghino “come funzionano veramente le cose” ma anche e soprattutto mediante progetti di autocostruzione, che permettono al lettore-sperimentatore, di toccare con mano i vari aspetti della riproduzione audio.

Con Bebo, Francesco e con molti altri, colleghi ma anche amici, si faceva un lavoro bellissimo: ci si dedicava alla nostra passione.
Penso che nulla ci sia di meglio che riuscire a vivere di questo. Si lavora si, ma ci si diverte. Si ride, si scherza, si sta insieme, e intanto vengono in mente le idee che poi si riportano indietro nel lavoro.
La passione per la musica, l’elettronica, l’alta fedeltà non mi ha mai abbandonato. Tornare a lavorare per queste passioni non è tornare a lavorare, è continuare a giocare. È proprio come trovarsi di nuovo a vivere nel paese dei balocchi.

Pierfrancesco Fravolini