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Magikamente

fase della lavorazione
Struttura interna del diffusore

Il destino di molti produttori italiani di alta fedeltà è spesso quello di essere più conosciuti all’estero che non nel nostro paese, a questa strana regola non si sottrae nemmeno AUDEL un costruttore di eccellenti diffusori acustici che realizza “in house” i suoi prodotti a Casteldaccia un comune in provincia di Palermo.

          Questa azienda che oggi è una delle più concrete realtà produttive del nostro paese, nasce nel 2007 per preciso volere dell’Architetto Walter Carzan che ha sviluppato un suo stile inconfondibile nella realizzazione delle linee dei vari diffusori da lui ideati, costruiti e commercializzati.

La ditta dal suo nascere ad oggi si è evoluta verso un modello societario e produttivo moderno e dinamico dove gli elementi fondamentali che ne reggono le fila della sua struttura  sono: il rigore nell’utilizzo dei materiali, l’accuratezza delle realizzazioni e la scelta di soluzioni tecniche che siano in funzione delle migliori prestazioni sonore possibili.

Tornando all’incipit iniziale, chiunque di voi faccia una ricerca nel web può facilmente  rendersi conto di come il nome Audel sia particolarmente conosciuto anche in mercati non esattamente “dietro l’angolo” a testimonianza del fatto che si tratta di prodotti non comuni che colpiscono sia per l’aspetto che per il suono.

I cabinet delle Audel sono tutti realizzati in multistrato di betulla ed assemblati secondo una precisa tecnologia nota anche come multisystem panel, che prevede prima il taglio dei pannelli per il tramite di  macchinari a controllo numericoe successivamente l’incollaggio degli stessi  l’uno con l’altro, processo quest’ultimo che prevede che l’insieme venga tenuto pressato per ben tre giorni

Dieci giorni dopo che il mobile del diffusore si è per così dire “assestato” avviene il processo di lucidatura a cera, solo giunti alla fine di questa fase della lavorazione, si è pronti per terminare il tutto con l’assemblaggio di driver, crossover e connettori. 

Osservando i vari diffusori Audel, a parte il senso dell’eleganza, traspare una sensazione di grande  concretezza dell’oggetto, non si tratta solo di una illusione percettiva in quanto ognuno dei pannelli che viene utilizzato ha uno spessore di 15 millimetri che diventa di  30 in quello destinato al baffle frontale, il risultato finale è una struttura complessiva di grande eleganza e rigidità.

Al netto delle valutazioni estetiche, si apprezza la solidità dell’insieme, il cabinet ha tutte le caratteristiche del monoblocco ligneo dove i pannelli di multistrato di  betulla offrono un’eccellente resa timbrica e l’insieme risulta completamente privo di qualsiasi tipo di vibrazione e risonanza.

Peccato che dall’esterno non si possa cogliere la grande cura nella realizzazione “di ciò che non si vede” dei diffusori Audel, ossia la struttura interna, ad iniziare da quello che Walter Carzan ha battezzato come IRS (Internal Ribs System) ovvero un sistema di “costolatura” che ha un duplice scopo, dare una rigidità unica al mobile e prevenire la formazione di onde stazionarie.

Ma le sorprese all’interno non finiscono qui, ognuno dei diffusori prevede una tipologia d’accordo ottenuta tramite l’utilizzo di pannelli che ne rendono la forma d’onda ideale per l’emissione in ambiente, in alcuni casi (es. il modello Nika che è il più piccolo della produzione) ci si ritrova di fronte ad una struttura a labirinto, un mix fra una soluzione a linea di trasmissione ed un bass reflex.

Le fasi primarie nella produzione dei diffusori (taglio, levigatura, incollaggio, verniciatura) vengono effettuata in distinte zone, ognuno dei processi gode del supporto delle migliori tecniche disponibili ad iniziare, come già accennato, dal taglio dei pannelli che avviene per il tramite di macchine a controllo numerico di grandissima precisione, la cura maniacale ed il rigore assoluto nell’attendere ogni fase produttiva è volta all’unico scopo di ottenere un risultato finale impeccabile.

La produzione di Audel avviene con ritmi decisamente incalzanti, fortunatamente il mercato (soprattutto quello estero) ha ben “recepito” il messaggio che Walter Carzan ha voluto lanciare, ed anche se i volumi produttivi non sono ovviamente paragonabili a quelli di marchi che propongono molteplici  linee di diffusori si può ben dire che in ditta non c’è un attimo di tregua.

In uno scampolo di tempo fortemente voluto e cercato sono riuscito a  recarmi presso Audel per potere ascoltare quello che al momento è il diffusore che in considerazione del numero di coppie vendute, e delle attestazioni ricevute (recensioni e riconoscimenti), può essere considerato “il modello”  del 2020 ossia le Magika Mk2.

Si tratta di un due vie dalle dimensioni contenute 20 x 38 x 28,8 cm (LxAxP), quindi più o meno di 13 litri, con accordo reflex frontale ottenuto dalla struttura stessa del diffusore che utilizza un woofer Seas da 13 centimetri ed un tweeterSb Acoustics serie “Satori”, in cui spicca la flangia frontale in alluminio nero dotata di sistema di disaccoppiamento per contrastare l’interazione delle possibili vibrazioni generate dal woofer (ed eventualmente trasmesse dal baffle) al fine di non influenzare le micro oscillazioni dello stesso tweeter.

Il crossover è un classico 6 dB/ottava ed impiega componentistica selezionata della Jantzen, il cablaggio interno è realizzato  con cavi in rame purissimo, le caratteristiche elettriche dello stesso fanno si che possa essere impiegato anche come cavo di potenza ed infatti nella nostra sessione d’ascolto è stato quello utilizzato per connettere i diffusori all’amplificatore finale.

Le Magik2 hanno una sensibilità di 87 dB ed una risposta in frequenza dichiarata che va dai 40 Hz per giungere ai 25.000, ha un’impedenza tipica che si attesta sugli 8 ohm e richiede amplificazioni nel range fra i 20 e i 120 watt (dati del costruttore). 

L’aspetto più interessante quando si “prende contatto” con un diffusore acustico, oltre che l’analisi tecnico/costruttiva è ovviamente il suo ascolto, da questo punto di vista oserei dire che Walter “scalpitasse” nell’attesa di farmi “sentire il suono” delle sue creature.

Il setup di apparecchi utilizzato per affrontare la sessione d’ascolto prevedeva come sorgente    un Macbook con  player Audirvana connesso ad un dac Nuforce 80,  l’amplificazione era invece costituita dal preamplificatore Luxman Cl 38 Uc  e dal finale Luxman MQ 88 Uc, i diffusori erano appoggiati sugli stand dedicati anch’essi realizzati in multistrato di betulla seguendo una pratica realizzativa  identica a quella utilizzata per i diffusori.

La sala d’ascolto che ospitava l’impianto, di circa 20 mq, assolve in parte anche il ruolo di laboratorio, su vari ripiani erano presenti infatti vari crossover pronti da montare, alcuni “spaccati di altri modelli” e strumenti di misurazione, di certo non  un ambiente dedicato ma sicuramente ottimo per consentire un ascolto, volendo, critico di questi diffusori.

La sessione d’ascolto inizia in scioltezza con “Winelight” di Grover Washington Jr., già dalle prime note le Magika2 mostrano la loro principale caratteristica ossia la musicalità e la coerenza, il mix articolato di strumenti acustici ed elettrici viene reso con la massima correttezza possibile.

Si passa poi a Till Bronner e alla sua “A thousand kisses deep”, un brano giocato fra tromba e contrabasso, qui le Magika2 tirano fuori una prestazione incredibile sullo strumento a corda, niente gigantismi o nanismi, quello che stiamo ascoltando è un vero contrabasso con tutta la sua estensione ed il suo “corpo”, il suono della tromba viene restituito in modo garbato e al tempo stesso vivido esattamente come l’artista lo voleva proporre.

Il brano che segue è uno di quelli che non può non lasciarti letteralmente a bocca aperta, parliamo di “Dark Shadows” di Didier Malherbe ed Eric Löhrer, un blues suonato con due soli strumenti ossia duduk e chitarra, e qui ammetto a Walter la mia ignoranza circa il fatto che  non avessi idea di cosa fosse il duduk.

Si tratta di un antico strumento musicale tradizionale armeno folk, un aerofono ad ancia doppia appartenente alla famiglia dei legni; la vibrazione tipica di questo strumento è unica nel suo genere come il suono complessivo dello stesso che riassume le caratteristiche di vari strumenti a fiato con un vago “sentore di ottoni”, le Magika credo che qui abbiano dato in assoluto il meglio di se stesse, era una prova per nulla facile riuscire a far comprendere come potesse suonare uno strumento che non si è mai ascoltato facendotene cogliere tutte le sue caratteristiche, un risultato a dir poco notevolissimo.

Il brano successivo è uno di quelli che conosco molto bene, ossia “Berimbass” di  Renaud Garcia-Fons Trio, l’album da cui è tratto “Arcoluz” è uno di quelli che io preferisco, registrato benissimo necessità di una capacità dinamica del setup di rilievo altrimenti suonerebbe confuso e gonfio, niente  di tutto ciò, strumenti singoli ed “ensemble”  assolutamente perfetti, anche qui grande resa del contrabasso nonostante il litraggio del diffusore ed il woofer da “soli” 13 centimetri.

Contrabbasso che rimane su altissimi livelli di realismo anche nel brano successivo “Alfonsina y el mar”, interpretato da Avishai Cohen con un pathos da brividi, il suo canto accompagna le note dello strumento con incredibile complementarità, Cohen non è un cantante eppure l’emozione che riesce a restituire è assolutamente eccellente, ecco da questo momento in poi non sono riuscito più a mantenere un atteggiamento critico nei confronti del diffusore che stavo ascoltando era la musica a prendere il sopravvento.

Si passa così al   Concerto No. 1 in E major, Op. 8, RV 269, “La primavera”: I. “Allegro” di Anne Akiko Meyers, English Chamber Orchestra & David Lockington, un classico fra i classici, reso con una brillantezza notevole con la giusta vivacità per descrivere una “primavera”.

I brani successivi: “You haven’t Done Nothing” di Jen Chapin e “A Song for Englend” di Norma Winstone evidenziano una grande capacità di questo diffusore nel destreggiarsi tanto con le voci femminili quanto con fiati e pianoforte.  

Vi confesso che già dopo il primo brano non sono riuscito più a seguire un ragionamento interiore che mi facesse effettuare valutazioni su piani sonori, estensione, dettaglio etc. la musicalità di questo sistema si pone su livelli molto elevati, ti colpisce per coerenza completezza macro e micro dinamica.

La resa con tutti gli strumenti è decisamente eccellente, ribadisco che, nonostante le ridotte dimensioni del diffusore, il contrabasso si esprima in modo assolutamente realistico, i cordofoni delle 4 Stagioni hanno il graffio e la grazia richiesti, le voci maschili e quelle femminili non soffrono di “gigantismi” o tanto meno di “inscatolamenti”.

Il passaggio da brani con pochi strumenti a quelli orchestrali non ha mostrato alterazioni nel comportamento di questi diffusori che non si sono mai e dico mai scomposti.

C’è da dire che l’amplificazione utilizzata per la prova era di tutto rilievo, con un prezzo di listino pari a circa tre volte il costo delle Magika il che inevitabilmente ci porta a dover fare una considerazione: questi diffusori per il loro costo hanno una resa incredibile.

Il lato se vogliamo negativo è che non si può improvvisare un setup errato a monte, si rovinerebbe in tutti i sensi “la magia”.

Non servono amplificazioni potenti, ma amplificazioni “educate”, i “soli” 20 watt del Luxman sono stati sempre  assolutamente congrui, anche a volumi sostenuti non s’è mai superato il limite delle “ore 12”, in parole povere avere più potenza a discapito di raffinatezza con questi diffusori non serve a nulla.

La splendida resa in un ambiente che è tutto tranne che uno “spazio dedicato” fa supporre che anche in un normale appartamento non si dovrebbero manifestare particolari problemi per il loro posizionamento.

Durante la sessione d’ascolto non c’è mai stato un minimo accenno a code e/o rimbombi (neanche alzando il volume), è la musica a farla da padrone, l’impianto letteralmente sparisce, se il nostro scopo è quello di immedesimarci nell’ascolto, con questi diffusori ci si riesce di sicuro.

Magika di nome e di fatto, una grande realizzazione che se la gioca con tanti altri diffusori che portano nomi blasonati, ma dalla loro parte queste Audel hanno caratteristiche che le rendono uniche ad iniziare dalla costruzione per arrivare al modo assolutamente naturale di riprodurre qualsiasi messaggio musicale.

Se avete l’opportunità di ascoltare questo diffusore fatelo senza indugio, rimarrete veramente stupiti di come suonano, magari sarà l’occasione per riconsiderare tutto ciò che fino ad oggi avete ritenuto primario nell’ascolto della musica riprodotta.

Pippo Basile    

Struttura interna del diffusore
fase della lavorazione