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Rogers Cadet MCII pre e Cadet MK II amp

Il Vintage quello vero

Il Vintage quello vero

Presentata nel 1957 e rivista nel 1960, la serie Cadet della Rogers ha costituito una grande opportunità per gli audiofili evoluti del tempo. Grazie ad un prezzo di poco più di venticinque Sterline per la coppia (inseparabile) e ad un suono che ancor oggi lascia di stucco. E’ evidente che quando trattiamo di questi oggetti, a parte casi eccezionali, ciò che ci interessa maggiormente è il suono degli amplificatori, senza nulla togliere al fascino e al piacere di avere in collezione i bei pre dell’età dell’oro, dato che questi ultimi sono (a parte, ripeto i casi eccezionali, che riguardano in genere più la produzione americana che quella britannica) intrinsecamente limitati dalla tecnologia dei tempi (accettazione e dinamica degli ingressi, saturazione degli stadi, limitata risposta in frequenza) mentre lo schemario degli amplificatori a tubi è rimasto sostanzialmente immutato dagli anni ‘40 ad oggi (con un certo margine, sotto taluni aspetti – trasformatori, condensatori, spesso valvole – a favore dei vecchiarelli).  

In questo caso, però, la coppia Rogers ha un’ulteriore atout dalla sua, la più che discreta bontà sonica del bel preamplificatore.
Il Cadet MK II pre presenta per la prima volta lo schema architettonico/cromatico che sarà la livrea d’ordinanza della produzione di preamplificatori del grande marchio inglese: pannellino perfettamente diviso in due, grigio alluminio sopra, nero mat sotto, ed una asimmetricissima e piacevole simmetria, con il potenziometro del volume in basso a destra, accanto alla lampadina rossa d’accensione (il Led erano di là da venire) e sul lato opposto, in alto, tre potenziometri di ugual diametro per il bilanciamento e i toni, audacemente, ma piuttosto abilmente raccordate, queste due ali squilibrate, dalla teoria orizzontale di tasti rettangolari per la selezione degli ingressi sulla sinistra, dalla grossa presa pin per la piastra esterna, in basso a destra e dalla minuta teoria verticale dei piccoli selettori a scatto (rettangolari e neri come i tasti) per l’inserimento dei filtri. Sul finalino Cadet MKII esteticamente c’è ben poco da dire: “gli è proprio bruttino povero figlio”. Ma come il celebre spennatello della fiaba di Andersen, diventa splendido cigno appena comincia a cantare.  Monta due ECL ’86 di potenza, per 6 watt RMS per canale (7+7 di picco) con una distorsione massima a potenza nominale dello 0,25 % e un più che discreto rapporto segnale rumore, superiore a 75.  La risposta in frequenza dichiarata (in coppia col Cadet pre) appare piuttosto estesa e lineare, rientrando in un buon 20-20.000 +0 – 1 dB . 

Ma al di la dei brutali dati tecnici sorprende la delicatissima musicalità di questa coppia e in ispecie del finale, musicalità che avevo già avuto modo di descrivervi su queste pagine. I 6 watt per canale sono talmente buoni, che il Cadet s’è dimostrato in grado di far muovere (producendo una certa dose di buona musica) e senza eccessiva fatica, due diffusori di pietra come i Dalquist DQ 10, infaticabili e temibilissimi divoratori di watt a transistor. Certo però che il suono vero, quello che ti fa dire (no, meglio di no, mi attirerei le ire di distributori e rivenditori) insomma la grande musicalità il Cadet (ma in genere la coppia Cadet) l’ha espressa con le efficientissime (oltreché sonicamente eccezionali) ClaraVox Euritmica. Collegando un ottimo CD al pre (beh, per il giradischi ci vuole un buon pre phono separato) – io ho collegato il Marantz CD 17 KIS – e scegliendo i propri dischi preferiti, non si potrà non rimanere a bocca aperta, almeno sin quando qualcuno della famiglia non v’avrà fatto notare che espressione da pesce lesso state assumendo o al primo ingollare una mosca, e, quel che è più rischioso, non si potrà non desiderare di possedere una coppia di queste setose, dolcissime ma anche vigorose elettroniche, se non si pretende come amplificazione primaria (ma poi perché no?) ma come delizia di riserva, si.  Per farlo, d’altra parte (non mi lanciate pietre, lo so che do scandalo, ma visti i prezzi di qualsiasi gadgettino inutile sia Made in Japan o in U.S.A., forse faccio anche opera meritoria) con molto meno di mille Euro. Se la volete in perfette condizioni. Anche meno se v’accontentate di qualche graffietto e qualche ammaccaturina.

Bebo Moroni

Il Vintage quello vero